La “Serra”, l’insediamento

INQUADRAMENTO SINTETICO

Nico Moscatelli

Prima fase  ( fine III° – I° secolo a.C. )

Lo studio dei reperti ceramici raccolti ha consentito di documentare, per l’insediamento un’occupazione di lungo periodo, cronologicamente inquadrabile tra l’età repubblicana e gli inizi dell’VIII sec. d.C. La documentazione archeologica dà prova della frequentazione del sito de La Serra a partire dalla tarda età repubblicana, II° – I° secolo a.C., presumibilmente occupato da un insediamento che si può supporre di tipo sparso in forma di vicus.

L’ipotesi di una fase più antica si fonda sul rinvenimento di materiali presenti solo in alcuni settori dell’area (ceramica a vernice nera del tipo “campana A”).

Si tratta probabilmente di un insediamento rurale occupato da più edifici, forse una fattoria con strutture produttive annesse e ricoveri per bestiame. Per la notevole estensione dell’area di distribuzione dei reperti (circa 25.000 mq), non si esclude la residenza del dominus che sovrintendeva ad una conduzione fondiaria ben più  vasta le zone adiacenti il sito archeologico.

Seconda fase  ( fine I° secolo a.C. – I° secolo d.C. )

Ingenti quantità, tipologicamente molto diversificate, di ceramica a vernice nera del tipo “campana B” e di terre sigillate italiche, attestano l’intensificarsi della frequentazione soprattutto verso la fine del II° – I° secolo a.C. Fra i rinvenimenti monetali riferibili all’età giulio- claudia, si evidenzia un sesterzio di Claudio coniato nel 41 d.C. per Druso, e serie ceramiche sigillate italiche e nord –italiche di cui un frammento del tipo Sariusshale (ultimo quarto I° secolo a.C. – età flavia ).

Sebbene consistente e difficilmente databile, la presenza di ceramica comune si distingue per la notevole varietà di forme (chiuse, aperte, da mensa, da fuoco) e per la fattura di buona qualità che ne indizia la provenienza da officine specializzate e quindi da mercati (Vibinum, Herdoniae, Ausculum) piuttosto che prodotto di fabbricazione locale, che peraltro non è da escludere per alcuni esemplari ad impasto grossolano e con difetti di cottura.

Terza fase  ( fine III° secolo d.C. – fine IV° secolo d.C. )

Coincide con il momento di massima espansione del sito, in contemporaneamente alla diffusione del latifondo in età tardo antica, quando molte piccole fattorie della Daunia si trasformano in grandi villae  produttive dotate di una pars rustica e di una pars dominica.

Nel 346 e nel 365 d.C. nella Daunia si verificano gravi terremoti (riscontrati in fasi di crolli strutturali a  Herdonia) che causano lo spostamento del centro di gravità dell’economia dalla città alla campagna. E’ il periodo della nascita o della ristrutturazione delle grandi villae rusticae, come Posta Crusta a Herdonia.

 A La Serra molti indizi portano ad identificare la pars rustica cioè la parte produttiva della villa nel settore B del sito; da qui provengono infatti la maggior parte dei frammenti di anfore da trasporto e di dolia , grandi contenitori di derrate (olio, cereali), oltre che la significativa presenza di un lacerto pavimentale in opus spicatum in laterizi la cui particolare struttura fa ipotizzare come la base su cui poggiava il torcularium, ovvero il torchio per la produzione dell’olio. Pertanto, come spesso è dimostrato in questo particolare periodo per altre villae rusticae apule, quella de La Serra può aver avuto un’organizzazione produttiva orientata verso l’olivicoltura. Nei lavori agricoli e nella gestione del complesso sarà stato necessario un congruo numero di schiavi, al cui ricovero erano destinati appositi spazi annessi alla pars rustica.

La pars dominica era la residenza del dominus, ed è probabilmente da identificare nella parte centrale del settore A, che ha infatti restituito i frammenti di un maggior numero di materiali di pregio (coppe di vetro lavorato, monete, suppellettili femminili di bronzo).

A questo periodo appartengono alcuni frammenti di sigillata africana e esemplari numismatici quali un follis di Costanzo Cloro (296 – 305 d.C.), e piccoli bronzi (AE 3) di Costanzo II (354 – 361 d.C.) e Valentiniano II  (367 – 395 d.C.).

Quarta fase ( V – VI secolo d.C. )

E’ forse questo il periodo in cui viene eretto un poderoso muro, oggi scomparso in seguito a lavori agricoli, che al momento del nostro ritrovamento misurava ben 72 cm di spessore ed era costituito da ricorsi di grossi ciottoli fluviali disposti su quattro filari e legati da tenace malta cementizia. La cresta muraria da noi intercettata costituiva solo la parte emergente di un sistema che, in assenza di dati di scavo, è impossibile determinare nel suo sviluppo complessivo ma che doveva essere abbastanza esteso e che si può ipotizzare come una fortificazione in rapporto alle necessità difensive proprie del periodo.

In rapporto al muro sono da attribuire le tre grosse basi calcaree, da noi ritrovate interpretabili come poderosi stipiti di porte che probabilmente davano adito all’interno della zona fortificata. Su quale fosse la destinazione d’uso di quest’area munita, in mancanza di dati di scavo, al momento è possibile avanzare solo qualche ipotesi: la presenza di frammenti di lucerne paleocristiane di imitazione bizantina del tipo Hayes X  ma di fattura locale (esemplari simili sono attestati a Lucera e Ordona) potrebbe indiziare per un luogo di culto (chiesa, cappella), il che supporterebbe anche la toponomastica locale che attribuiva al luogo l’appellativo di ‘u munaster .

Particolarmente fitta è la presenza di grossi frammenti di bacini in ceramica tipo Calle di Tricarico databile fra il V e il VI secolo d.C.. L’area di rinvenimento, sulla base dei soli dati di ricognizione superficiale, si restringe nella zona centrale fra i settori A e B, indice forse di una contrazione dell’area abitata, forse proprio all’interno della fortificazione (se questa deve essere interpretata come muro di difesa), il che non sorprenderebbe essendo questo il periodo in cui le valli del Subappennino venivano sconvolte dalle fasi cruciali della guerra greco – gotica. Stando infatti ad una interpretazione, comunque controversa, delle fonti, la valle del Cervaro avrebbe visto lo scontro diretto fra un presidio bizantino posto a sua difesa dal generale Tulliano e truppe gotiche discese dalla Campania durante la terza fase del conflitto (540 – 549 d.C.).

Quinta fase ( VII° – VIII° secolo d.C.)

Sorprendente per l’ampiezza cronologica delle fasi di vita del sito de La Serra, esso, a differenza di molti altri siti tardoantichi, mostra, seppur labili tracce di frequentazione anche in età altomedievale (VII – VIII – IX secolo d.C.). L’area interessata è quella posta al limite fra i settori A e B, probabilmente, con un sistema insediativo molto precario, che forse utilizzava le rovine delle strutture preesistenti della villa tardoantica.

I pochi ma significativi frammenti di brocche in  ceramica broad line ware che possono essere accostati a esemplari simili rinvenuti nel castello di Lucera, ci forniscono un inequivocabile terminus ante quem per la straordinariamente lunga frequentazione del sito, forse in concomitanza con l’avanzata longobarda che ha segnato la fine anche dei più longevi siti romani posti sia in altura che nel Tavoliere, soprattutto lungo l’asse Benevento – Gargano (Monte S.Angelo).

E’ altresì da includere un’altra ipotesi, oltre ovviamente all’abbandono spontaneo del sito, in una circostanza storica più tarda che, stando alle fonti storiche, avrebbe colpito ben più duramente il territorio di Bovino: l’assedio della città da parte delle truppe germaniche di Ottone I nel 969 e nel 970. L’assedio, tentato per ben due volte non riuscirà a strappare ai Greci la piazzaforte insieme a quella ascolana, ma i territori circostanti ne saranno profondamente devastati.

L’areofotografia de La Serra

L’ausilio della fotografia aerea ci ha consentito di poter definire meglio la forma generale e l’estensione dell’insediamento de La Serra.

Due aerofotogrammi ripresi rispettivamente a 2000 e 5000 metri sulla verticale del sito, mostrano chiaramente una grande anomalia sul terreno di forma approssimativamente quadrata con un ambiente approssimativamente absidato annesso a sud – ovest della struttura. In attesa di dati di scavo che ne chiariscano esattamente la funzione e la natura, possiamo cautamente avanzare l’ipotesi che si tratti delle mura perimetrali dell’insediamento, mura da noi, come precedentemente descritto, intercettate in parte, ma che ora risultano scomparse per lo spianamento effettuato con potenti mezzi meccanici.

(da Nico Moscatelli

“ Panni: introduzione all’archeologia del territorio” )

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